La lettera

Quella sera me ne stavo nella mia stanza quando ho sentito un rumore in corridoio. Ho alzato gli occhi dal lavoro e ho visto una busta scivolare sotto alla porta. Era la solita busta bianca. Non era preziosa, ma potevo benissimo immaginare cosa ci fosse dentro. Mi alzai dalla scrivania facendo cadere, per sbaglio, il mio quaderno nero su cui stavo scrivendo, ma non mi curai di rimetterlo al suo posto. Tutta la mia attenzione era catturata da quella lettera. La raccolsi e mi gettai sul letto stringendola tra le dita. I miei occhi non poterono fare a meno di vagare per la stanza spoglia in cui mi trovavo per poi fissarsi su quella lampadina penzolante appesa al soffitto. Il mio sguardo seguiva l’ondeggiare della luce mossa dal vento leggero che entrava dalla finestra. Erano passati ormai sei mesi da quando mi avevano rinchiusa là dentro. Potevo uscire solo per poche ore al giorno e non potevo mai lasciare la casa. Queste erano le prime due regole che mi erano state imposte non appena arrivata là. I pranzi me li portavano loro direttamente in camera. Preferivano che non socializzassi troppo con gli altri abitanti della magione. L’unico con cui avessi stretto un legame era Edward, ma dopotutto era colpa sua se mi trovavo là. Lo incontrai per la prima volta dopo esser scappata di casa. Era gentile, mi offrì un pasto caldo e mi regalò il suo maglione. Mi aiutò anche a trovare un’abitazione, una specie di capannone in cui potevo stare insieme ad altre persone che non avevano altro posto in cui andare. Non pensavo che volesse farmi del male, né che avesse un interesse dal punto di vista sentimentale nei miei confronti, dopotutto aveva circa quarantacinque anni, mentre io solo diciassette. Fortunatamente su questo non mi ero sbagliata. Trascorremmo un paio di mesi vedendoci tutti i giorni. Si preoccupava per me, era gentile. Improvvisamente un giorno mi disse che mi aveva trovato un altro posto in cui stare, che avrei potuto abbandonare quella topaia in cui vivevo, che avrei avuto tutti i giorni dei gustosi piatti caldi, che avrei potuto bere il caffè coi biscotti tutte le mattine, insomma, che mi aveva trovato un lavoro. Come è facile intuire, accettai immediatamente, la mia vita poteva subire un netto miglioramento. Fu così che sei mesi fa finii in questa magione. Nonostante fosse passato così tanto tempo non riuscivo ancora a definirla casa mia, e non penso che ci sarei mai riuscita. I primi mesi furono un inferno, ma pian piano mi riuscii ad abituarmi a quel nuovo stile di vita.

Mi misi a sedere senza alzarmi dal letto. Non potevo stare a poltrire più di tanto e volevo godermi quegli attimi facendo qualcosa di un po’ più utile. Raccolsi da terra il mio quaderno. Era sicuramente una delle cose più preziose che possedevo. Era il primo regalo che mi aveva fatto Edward. Non riuscivo ad odiarlo. Non ci riuscivo proprio. Per quanto potessi odiare la mia vita in quel momento, lui era l’unico amico che avevo. Senza di lui sarei stata completamente sola. Inoltre, mi trattava veramente bene, era molto gentile con me. Mi sentivo più amata da lui di quanto lo fossi mai stata. Afferrai la penna e iniziai a scrivere. Remy saltò sulla roccia e rimase estasiato da ciò che si trovò davanti… Qualcuno bussò alla porta. La mia faccia impallidì rapidamente ma riuscii a riacquistare colore velocemente. Non ero più una novellina che si spaventa così. Comunque, era troppo presto. Non poteva essere di già lui.

“Ehi Nicole, sono io” disse una voce che conoscevo molto bene. Il mio volto non poté fare a meno di distendersi in un sorriso. Edward… pensai. Batté ancora una volta.

“Lo so che sei lì dentro, adesso entro” disse prima di spalancare la porta con un calcio. Non era violento, era solo fatto così, di una goffaggine senza limiti. Questo generò in me uno scoppio di risa che non riuscii a sopprimere.

“Sai, non dovresti prenderti gioco di quelli che si prendono cura di te…” disse con aria fintamente imbronciata. In mano teneva un vassoio presumibilmente con la mia cena che posò sul tavolo che occupava un quarto della mia stanza.

Si sedette su una delle due sedie. “Forza, sbrigati che si raffredda tutto!” Ogni sua parola era contornata da un sorriso stupendo. Quella era l’unica cosa che mi faceva sentire veramente a casa anche in un posto come quello. Alzandomi per raggiungerlo notai che aveva apparecchiato il tavolo per due. Il mio sorriso si allargò ulteriormente. A quanto pare aveva deciso di mangiare con me quel giorno. Non lo faceva spesso, quindi quando succedeva ne ero sempre entusiasta. Mi sedetti davanti a lui. Pastina e frittata, una delle cene migliori che potessi avere.

“Sei andata avanti a scrivere i tuoi racconti oggi?” mi chiese. Quelli erano una delle poche cose che mi rendevano veramente fiera di me stessa e, sapere che l’uomo che più rispettavo li apprezzasse tanto, mi riempiva di gioia.  Avevo iniziato a scrivere in quella sottospecie di abitazione per sconfiggere la noia e non sentirmi sola. Nonostante fossi circondata da persone, nessuno si curava di me.

“Ho quasi finito quello su Remy, il topolino, solo che non so bene come farlo finire, ho troppe idee che mi frullano per la testa” assunsi un’aria drammaticamente disperata che lo fece scoppiare a ridere. I suoi lineamenti si distendevano quando rideva e dal suo volto scompariva quell’aria preoccupata che tanto lo caratterizzava. Proprio per questo mi ero prefissata l’obiettivo di farlo ridere almeno una volta al giorno.

“Sono sicuro che troverai la migliore, un giorno sarai una scrittrice fantastica” sapevo perfettamente che quel sogno mi era recluso, almeno per ora, ma non potei fare a meno di essere orgogliosa di me stessa sentendo quel complimento. La cena si concluse tranquillamente parlando del più e del meno, come facevamo sempre. Stando con lui, riuscivo ad ignorare tutto ciò che mi circondava, estraniandomi da quel mondo orrendo in cui vivevo.

Il mio momento preferito arrivava sempre dopo aver finito di mangiare, quando ci sedevamo sul letto e lui mi teneva stretta a sé tra le sue lunghe braccia. Era uno dei pochi conforti che riuscivo a trovare in quella che ormai era diventata la mia vita. Lui era come un padre per me e fra le sue braccia mi sentivo al sicuro come mai in nessun altro luogo al mondo, ma sapevo perfettamente che non sarebbe potuto durare a lungo, che lui sarebbe dovuto tornare dagli altri e io sarei rimasta sola fino all’arrivo dell’altro. Forse avrei preferito stare veramente da sola.

“Non l’hai ancora aperta” mi disse sussurrandomi ad un orecchio, indicando la busta appoggiata alla scrivania. “Lo sai che devi farlo prima che arrivi…” Abbassai lo sguardo. Lo sapevo fin troppo bene, ma non potevo non provare disgusto sapendo ciò che conteneva. “Vuoi che ti lasci sola?” mi chiese intuendo il sentimento che provavo in quel momento. Come risposta gli strinsi la manica della camicia con una mano. Vista dall’esterno sarei potuta sembrare una bambina, ma non m’importava. Lui mi capiva e sapevo che non mi stava giudicando. Ero a conoscenza del fatto che gli dispiacesse avermi portato lì. Una volta, durante i primi mesi, in preda ad una crisi isterica gli avevo urlato contro di tutto e di più per avermi condannata a vivere avanti questa vita e lui me lo confessò. Era stato costretto. Doveva scegliere tra me e sua nipote, e aveva vinto il legame di sangue. Era normale. Quella fu la prima ed ultima volta che parlammo delle motivazioni che mi avevano portata lì.

“Adesso devo andare” mi disse dandomi un bacio sulla nuca. “e tu dovresti prepararti, non manca molto prima che arrivi.” Alzai gli occhi su di lui per imprimermi bene il suo volto nella mente, questo mi avrebbe dato la forza necessaria per continuare. Con molta delicatezza mi spostò leggermente in modo da riuscire ad alzarsi. I miei occhi seguivano disperatamente ogni suo movimento. Non volevo che uscisse. Volevo che restasse lì. Non volevo rimanere sola. Ma non volevo ancor di più che arrivasse l’altro. Prima di chiudersi la porta alle spalle si voltò un attimo: “Ci vediamo domani, mia piccola principessa.” Come ogni sera quando usciva dalla mia stanza il mio cuore perdeva un battito. Nonostante sapessi che l’avrei rivisto la mattina successiva, temevo sempre che succedesse qualcosa per cui non l’avrei più rivisto.

Dopo aver passato un paio di minuti a fissare la porta afferrai la busta. Ora iniziava il mio vero lavoro. L’aprii di scatto, non potevo tentennare, altrimenti sapevo fin troppo bene che non l’avrei fatto e ne avrei subito le conseguenze. Ciò che lessi mi lasciò talmente disgustata che la mia faccia assunse un colorito verdognolo. Non potevo fermarmi, però.  Sapevo che se volevo continuare a mangiare pasti caldi e se non volevo essere punita dovevo fare il mio lavoro. Queste erano le altre regole della magione. Chi non lavora non mangia e chi non lavora viene punito. Inoltre, vedendo il mio rapporto con Edward, avevano aggiunto un’ultima regola, quella che forse mi spaventava di più: se non compievo il mio dovere non me lo avrebbero più lascito incontrare. Poggiai il biglietto sopra alla pila di lettere di quel genere e mi diressi verso l’armadio contenente tutti i miei costumi. Trovai quello che faceva al caso mio e lo indossai velocemente. A momenti sarebbe arrivato e non potevo permettere che mi trovasse così. Andai in bagno e mi truccai adeguatamente. Non finii di sistemarmi le guance quando sentii bussare alla porta. Andai ad aprire e ciò che mi trovai davanti mi lasciò ancora più disgustata. Fortunatamente il trucco coprì il mio viso impedendo al mio ospite di notare la mia vera reazione alla sua vista.

“Sei proprio carina” mi disse, l’uomo che mi comparve davanti, accarezzandomi una ciocca di capelli con la sua mano enorme e tozza. Era vecchio, molto. “Forza, perché non ti sei ancora spogliata? O forse preferisci che lo faccia io?” Il suo sorriso mi fece congelare il sangue nelle vene. Grazie a tutta l’esperienza che avevo accumulato riuscii a non mostrare niente. Feci un passo indietro e mi slacciai il fazzoletto che avevo legato al collo. Esso cadde sopra alla pila di biglietti, facendo cadere quello di quel giorno.

 

Uomo, 57 anni. Gli piacciono in particolare le studentesse giovani. Indossa l’uniforme scolastica, è nell’armadio insieme agli altri vestiti. Ricordati in particolare di mettere il foulard al collo. Ha un problema allo stomaco, quindi dovrai far star lui sopra. Come al solito, non prendere decisioni di tua iniziativa e fa tutto ciò che ti chiede.

Sii una perfetta puttana quale sei.

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