Il giusto peso alle parole

Nel 1928, nessuno sospettava un’imminente crisi: la fiducia nella florida situazione economica permeava la classe media statunitense, spronando investitori e speculatori e privandoli, allo stesso tempo, della lungimiranza necessaria per una certa visione di insieme. Riportiamo di seguito la descrizione dell’economista statunitense John K. Galbraith.

“Affermando solennemente che la prosperità continuerà, si può contribuire, così si crede, ad assicurare che la prosperità effettivamente continui. Specialmente tra gli uomini d’affari è grande la fede nell’efficacia di tale formula magica”

[…] le origini di questa crisi vanno ricercate nell’economia reale, in particolare nella diminuzione dei prezzi di beni agricoli e manufatti dovuta alla loro sovrapproduzione grazie alle innovazioni tecnologiche ed energetiche.

Esiste una differenza fondamentale tra economia reale ed economia finanziaria. Mentre la prima riguarda terreni, proprietà e, in senso più lato, tutti i mezzi di produzione, sono prerogativa del settore finanziario azioni, obbligazioni e via dicendo.

Benché correlati, lo sviluppo del sistema finanziario porta a un suo allontanamento progressivo dall’economia reale […]

Risulta quindi evidente perché, nel 2008, i sentori della crisi furono avvertiti in primis dal mondo della finanza, considerato da molti come soffocante e sovrasviluppato rispetto a ciò che era invece l’economia reale, che ne risultò così danneggiata.

Fu in un clima di generale sfiducia verso i sistemi finanziario e bancario che furono create le prime valute elettroniche. Essendo il loro valore determinato dalla semplice legge di domanda e offerta, e il loro possesso e trasferimento anonimo, le monete elettroniche non sono soggette ai controlli della finanza e, cosa ancora più importante, le transazioni non sono regolate dalle banche.

In un primo momento il valore di queste valute ha visto una crescita vertiginosa ma, di recente, è diventato estremamente variabile in margini di tempo brevissimi.

Se da un lato le valute elettroniche rappresentano un’ottima prospettiva di guadagno, dall’altro esistono rischi connessi all’investimento in beni con un grado di astrazione sempre crescente.

 

Il pensiero che mi frullava nella testa ormai da mesi era probabilmente venuto fuori da una discussione in ateneo e, ancor più probabilmente, era una mia deviazione rispetto a quello che era il discorso vero e proprio. Ricordo che mi era sembrata una fantasia, la trama perfetta per un romanzo di Orwell o Bradbury o, più semplicemente, una nuova puntata di Black Mirror: un’idea intrigante e distopica, ma che con eloquenza metteva in guardia dalle sue possibili degenerazioni. Per questo motivo, forse, la classificai tra le elucubrazioni di uno studente curioso.

Accade spesso, però, che le idee che ci sembrano più assurde si concretizzino in contesti che neanche immaginavamo. Circa un anno dopo lessi su un quotidiano il seguente titolo provocatorio: “In futuro quoteremo in borsa le persone e daremo valore alle loro idee”. Lì per lì non rimasi tanto stupito: sembrava uno dei tanti slogan accattivanti creati ad hoc per incentivare gli investitori, per di più in un periodo in cui la ripresa economica incominciava a intravedersi facendo parlare di sé.

Nel giro di pochi mesi le voci si intensificarono, e con esse si infoltirono le file ora dei detrattori, ora dei sostenitori di questa nuova idea; i primi la condannavano additandola come l’ultima follia prodotta da un capitalismo ormai degenerato. I secondi invece la consideravano una vittoria del capitale umano, un passo importante verso la meritocrazia e la valorizzazione dell’intraprendenza del singolo.

E così iniziarono a quotarsi in borsa imprenditori, premi Nobel, politici, scrittori, cantanti, ognuno con le proprie idee sostenute da investitori. Rapidamente le azioni salirono e, insieme all’effettiva proprietà intellettuale, venne dato sempre più spesso valore alle promesse, alle ipotesi ventilate seppur con ben pochi riscontri concreti.

Tornò l’ottimismo tra le persone, tornò il desiderio di investire. E tornò anche l’isteria generale, che troppo spesso ci fa apparire le cose esattamente come vorremmo che fossero. Dare credito alla mente umana, sia pur essa la più brillante e visionaria della nostra generazione, comporta una scommessa: a ogni minima incoerenza, correzione, esitazione su una nuova idea e proposta corrispondevano repentine fluttuazioni del mercato azionario, cambi di valore dell’ordine anche del migliaio, con conseguente delusione tra chi a quelle idee dava credito non solo a parole, ma anche con i propri risparmi.

La Borsa in quel periodo sembrava una casa d’aste: c’era sempre chi offriva di più, senza curarsi di realizzare le promesse fatte.

Se erano parole al vento, allora stavamo dando valore all’aria.

Fu un evento traumatico a scuotere i mercati e le coscienze della gente, svelando l’assurdità di questa esperienza borsistica: accadde che, proprio quando l’ottimismo generale era all’apice, e con esso i valori delle idee investite, uno dei possessori di queste idee fu assassinato in circostanze che ad oggi rimangono poco chiare. Un uomo intraprendente, che sicuramente era riuscito a vendersi bene e a destreggiarsi nella finanza cavalcando l’onda dell’ultima moda, ma anche un grande ciarlatano delle cui idee ben poche figuravano sulla carta. L’evento causò un crollo fragoroso della Borsa e un concatenarsi di eventi non molto dissimile dalle precedenti crisi economiche del 2008 e del lontano 1929; gli investitori, ancora una volta, si trovarono impoveriti e sfiduciati.

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