Farhad Bitani

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Lo scorso 3 dicembre, durante la giornata di assemblee sulla crisi in Medio Oriente, qui a scuola abbiamo incontrato Farhad Bitani, ex-capitano dell’esercito afghano, ora rifugiato politico qui in Italia.
La sua testimonianza è stata per me veramente straordinaria. Alcuni amici mi avevano parlato in modo talmente entusiasta di lui, che dalle loro facce si capiva che valeva la pena conoscerlo. In particolare, dopo i fatti di Parigi che mi hanno lasciata profondamente toccata e commossa, oltre a suscitare in me tante domande di fronte a questo dolore ingiustificato, ho preso sul serio questa possibilità e l’ho invitato qui al Leonardo: solo il silenzio mentre parlava, l’ora e mezza di domande a seguire e i tanti libri comprati dicono la novità e l’interesse che ha portato un uomo così semplice e allo stesso tempo così grande.

Farhad è cresciuto in Afghanistan in un contesto di fondamentalismo islamico molto pesante, ma dopo piccoli fatti, arrivato qui in Italia, ha capito che quel mondo fatto di violenza e disumanità non gli corrispondeva, non era per lui, anzi, non è per nessuno.
Così, dopo aver conosciuto alcuni cristiani, contrariamente alle sue aspettative, si è accorto che lo rispettavano e lo trattavano come si tratta un amico. E’ stato a quel punto che si è reso conto di quanto stesse vivendo la sua fede in modo non giusto, e di come avesse stravolto la sua religione. Basti pensare che appena arrivato all’aeroporto italiano, scendendo le scale dell’aereo, vedendo una folla di Occidentali, il primo pensiero che gli è balzato alla mente è stato: “Questi sono tutti infedeli…quanti! Dovrei ammazzarli tutti”. E invece anni dopo si è ritrovato in un liceo, di fronte a duecento ragazzi, a raccontare di quell’episodio quasi sorridendo, anziché con l’odio stampato in faccia.

Quando viveva là, ha assistito a scene che definire macabre può sembrare riduttivo: per lui vedere uomini morti per strada o partecipare alle esecuzioni pubbliche faceva parte della routine di tutti i giorni. Da piccolo non giocava con le macchinine o con la play, ma impugnava i kalashnikov del padre, un combattente mujaheddin, facendo finta di rincorrere qualche povero amichetto che doveva fingersi un infedele, per strappargli la vita, ovviamente per scherzo. La realtà in cui ha trascorso la sua infanzia è questa. Eppure dentro di lui c’è sempre stato, e c’è tuttora, un punto bianco, quella parte di cuore non “sporco” che in fondo in fondo abbiamo tutti, quel nostro lato così misterioso, che ci fa desiderare sempre di più la felicità nonostante tutto, che ci fa dire di no di fronte alla disumanità, che ci fa commuovere e muovere, e che riempie tutto di novità. Per lui è sinonimo di Dio: quel puntino così piccolo che abbiamo conficcato nel cuore è il segno dell’Infinito. E ciò che mi colpisce è la totale semplicità e sincerità con cui riesce ad affermarlo.

Lui ha cominciato ad avvertirlo quando a dieci anni si recò per l’ultima volta della sua vita nel grande stadio della sua città, per assistere alla lapidazione di una donna accusata di adulterio, perché gli era stato detto che anche solo a guardare un infedele che viene ucciso, si va in Paradiso. Dopo pochi minuti, un padre è entrato nel campo conducendo per mano due bambine e davanti a loro, una donna coperta dal burqua procedeva legata.
Le bambine sono corse verso la madre per stringerla l’ultima volta e subito hanno cominciato a piangere e urlare, davanti a quel padre dal volto contratto dall’odio. “Le loro grida e quelle della madre mi risuonano ancora nell’anima. Quel giorno ho provato davvero disagio. Non andai più ad assistere alle lapidazioni.”
Ora, dopo tanti piccoli fatti ed episodi come questo, lui dice di aver riscoperto la sua fede, di essere veramente musulmano e come spiega nelle prime pagine del suo libro, vuole portare la verità di quello che i suoi occhi hanno visto a tutti: “Perderò delle amicizie, delle relazioni” scrive – infatti nel suo paese è condannato a morte, suo padre non gli parla più e il suo libro è proibito – “ma non m’importa, l’ho messo in conto. Soltanto la verità può salvare il mio paese”.

Mi viene in mente questa frase di Orwell: “dire la verità è un atto rivoluzionario”. Se quella verità è proprio quel punto bianco, che ha destato così tanto interesse anche nelle domande, allora diventa una risorsa per tutti. Un’amica mi diceva che sapere che chiunque, anche il più spregevole su questa terra, ha questo punto bianco in fondo al cuore, le permette di voler bene a tutti perché la libera da ogni pregiudizio. Farhad gira in tutta Italia per comunicarlo, spende la vita per questo. E fa la vera rivoluzione. La stessa che – e mi sento di dirlo anche per me – “ha aiutato a rendere di nuovo bianco il mio cuore, che era diventato nero per tutto il male in cui è stato immerso.” Ma cos’è dunque questo punto bianco?

FarhadBitani

Io mi sono portata a casa questa domanda, e credo che tenerla aperta sia il modo più sincero per custodire ciò che Farhad ci ha insegnato con la sua esperienza.
Qui sotto sono riportati vari commenti e giudizi di diversi studenti che hanno partecipato all’assemblea:

“L’assemblea con Farhad mi è piaciuta tantissimo e mi ha molto toccato la sua esperienza. In particolare quando ha raccontato dell’ospitalità della famiglia di un suo amico. Stando con loro e imparando a conoscere le loro abitudini, gli nasce nel cuore il timore che vogliano farlo diventare cristiano, ma piano piano si accorge di quanto rispettino la sua religione, le tradizioni e le sue idee, anche solo non mangiando carne. Si accorge che gli vogliono veramente bene nonostante le differenze e che questo amore non gli era mai stato insegnato o raccontato. Non c’è bisogno di gesti pazzeschi o eroici per diffondere il bene o cambiare qualcuno, a volte è invece la cosa più semplice che, essendo vera e nascendo da un pensiero profondo, riesce a smuovere l’animo di una persona e a fargli nascere dentro una domanda. Farhad mi ha quindi aiutato a capire che a volte è proprio un piccolo gesto a fare la differenza e questo mi ha colpito tantissimo.”

di Giulia Albanese 1B

“Dell’incontro con Farhad mi hanno colpito due cose in particolare. Innanzitutto la sua storia, il fatto che parlasse di situazioni ed episodi vissuti in prima persona, perché avevo già sentito molto parlare e giudicare su questi fatti, ma mai in maniera così sincera e personale. Poi mi ha colpito quando ha detto che nessuno è veramente ateo, che tutti abbiamo bisogno di credere in un dio. Che sia il Dio cristiano o Allah, che siano i soldi e il potere o un ideale di uguaglianza e libertà, l’uomo dipende sempre da qualcosa o da qualcuno perché non può vivere senza uno scopo ultimo, senza un significato. Non ci avevo mai pensato, però è davvero così.”

di Paola Mantegazza 5B

“Quando ti guarda sembra andare a fondo della tua anima e capire cosa hai nel cuore. Avere una discussione con lui è stato un privilegio per me. Lui sembra riuscire a riconoscere quale sia la via giusta da percorrere, forse grazie anche alla sua esperienza. E’ musulmano, ma mi ha fatto scoprire cose della mia religione che io non ero riuscito a cogliere in 17 anni della mia vita. E’ proprio vero che le religioni sono frutti dello stesso giardino.”

di Luca Piscitelli 4B

“Sono convinta che nessuno tra tutte le persone che hanno partecipato all’incontro con Farhad sia rimasta uguale a prima. Nessuno può far finta di non aver sentito quelle parole così potenti dette in modo così semplice e chiaro, ma soprattutto nessuno di noi può far finta di non aver visto un uomo così vero, così umano. Ci ha parlato dell’essenziale, ci ha svelato il punto bianco che c’è in ogni uomo; e ci ha testimoniato che vale la pena dare la vita per quel puntino.”

di Cristina Martinoli 5F

“L’incontro con Farhad mi ha colpito moltissimo: è stato sicuramente un aiuto per comprendere l’attuale situazione in Afghanistan e l’influenza dei fondamentalismi sul paese, ma soprattutto mi ha colpito la persona di Farhad, la sua incredibile storia che penso abbia fatto brillare un barlume di speranza in tutti quelli che hanno partecipato all’assemblea, oltre a sucitare grande stima e ammirazione per il lavoro che sta portando avanti.”

di Lucia Schgoer 5F

“Penso sia stata l’assemblea che in assoluto ha riscosso più successo da quando sono al Leonardo. Inoltre mi ha fatto capire meglio come si vivono in Oriente i fatti di Parigi.”

di Matteo Brambilla 3A

“L’assemblea tenuta da Farhad e il suo libro mi hanno colpito molto perché mi hanno aperto gli occhi e fatto capire meglio la situazione di una zona che non conoscevo bene; inoltre mi ha commosso molto il suo cambiamento a livello personale, perché non credevo fosse possibile tanto.”

di Margherita Franceschi 1E

“Quella di Farhad è un’avvincente testimonianza che ti catapulta in una cultura completamente diversa dalla nostra e ti fa conoscere aspetti della mentalità degli estremisti islamici che difficilmente si apprendono con i comuni mezzi d’informazione.”

di Enrico Soma 5B

“Mi ha colpito il coraggio di quest’uomo, il suo desiderio di rendere una testimonianza così faticosa e soprattutto l’atmosfera tesa ed attenta che si è creata tra chi ascoltava, le domande profonde degli studenti, domande non tanto legate a questioni storiche più o meno recenti, quanto piuttosto al nocciolo della questione.”

Prof.ssa Emanuela Colombo

“Ho trovato l‘assemblea di Farhad Bitani molto significativa all‘interno del panorama di discussioni sul tema della crisi in Medio Oriente. I fatti di Parigi hanno costretto bene o male tutti ad interrogarsi sui problemi del radicalismo religioso, del terrorismo, spingendo però spesso a trarre conclusioni affrettate, per colpa della diffusa ignoranza e di una conseguente intolleranza nei confronti del diverso. Nelle settimane successive sulla bocca di molti la violenza è passata come la più opportuna reazione alla violenza. Farhad Bitani credo che con la sua assemblea abbia cercato di farci capire che, invece, un dialogo è possibile, anzi dovuto. Di farci capire quanto sia importante un’apertura verso l’altro, il diverso, sperando che un dialogo improntato su questo possa continuare all’interno della scuola, anche in futuro, prendendo spunto dalle sua parole e dal suo invito a ritrovare un po’ di umanità dentro di noi.”

di Erica Manuelli 5E

“Durante i miei quattro anni al Leo ho partecipato ormai a molte assemblee. Alcune mi hanno incuriosito e interessato, altre annoiato, delle volte mi hanno fatto venir voglia di approfondire e persino di studiare, ma solo quella tenuta da Farhad Bitani del 3 dicembre mi ha dato speranza. Speranza che in fondo il mondo può essere davvero il mondo che vorrei, di convivenza, rispetto e amore. Speranza nell‘uomo, che soprattutto nell‘ultimo periodo stavo perdendo. Perché se esiste uno come lui capace di mettere in dubbio l‘indottrinamento ricevuto arrivando persino a dedicare la vita a cercare di sconfiggerlo e ad aiutare l‘altro a fare lo stesso, solo seguendo il quasi minuscolo e inesistente presentimento di qualcosa di sbagliato nel proprio stile di vita, allora c‘è veramente speranza. Significa che se è vero, come è vero, che in fondo siamo tutti uguali, allora può bastare poco per svegliare il cuore di ognuno e palesare la necessità di ricostruire il mondo, partendo da un nuovo sguardo sugli altri. Proprio come ha fatto lui. Ed è questa nuova speranza che al lunedì mattina, quando mi chiedo che senso abbia alzarsi dal letto e affrontare una nuova settimana, mi da il motivo per ricominciare.”

di Annalisa Massari 4F

di Benedetta Martinoli

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